Sentimento di complotto (di Francesco Giulioli)
“Quando si parla del complottista internettiano tipo, che si scaglia contro il New World Order, le scie chimiche e quant’altro, se ne denuncia la stupidità come se fosse la causa stessa dei suoi deliri. Non lo ritengo né corretto né giusto. Di sicuro, un elevato grado di paranoia, di analfabetismo scientifico e di mancanza di senso della realtà sono condizioni necessarie per farsi portatore di una causa come quella contro le scie chimiche, ma non sono sufficienti. Nessuno si butta con tanto fanatismo su una credenza senza trarne una forma di ricompensa emotiva.
Non so quale possa essere il tipo psicologico del complottista e dello sciachimista in particolare: frequento poco la categoria, e non so nulla di psicologia. Però. Mi sento di poter dire che un aspetto fondamentale è il settarismo. Il fatto che i complottisti, per quanto in espansione, siano pur sempre una minoranza, non è occasionale, ma sostanziale. Non sono come i primi cristiani, una piccola setta con dentro di sé il potere di diventare maggioranza, anche se pure il cristianesimo delle origini lavorava per gratificare gli esclusi dal potere. A differenza di una religione, la cui bontà può essere verificata solo dopo morti (che delusione finire nel paradiso o nell’inferno di un altro dio: ma comunque a quel punto sarebbe troppo tardi), le teorie del complotto parlerebbero di cose di questo mondo. Se la maggioranza della popolazione credesse nel NWO, a quel punto avrebbe il potere di verificare almeno alcune di quelle ipotesi, e sarebbero cazzi. In effetti il meccanismo è perfetto.
Leggendo testi e commenti dei complottisti su internet, e mi riferisco non tanto a chi scrive libri o gestisce siti, ma alla “base” spontanea che segue e che va dietro, si notano dei toni non solo estremamente allarmistici, ma anche piuttosto mortiferi. C’è pochissima speranza e nessuna espressione che possa dirsi gioiosa o vitale. Certo, si tratta di persone che denunciano misfatti terribili, terremoti pilotati, vaccini che inducono l’autismo e cose del genere; c’è poco da stare allegri. Ma normalmente un qualsiasi movimento di protesta, o un qualsiasi appello alla consapevolezza e alla vigilanza, affianca all’allarme e all’incazzatura una sostanza umana, un richiamo a valori positivi condivisi. Il senso di brutta fantascienza che emana dai loro scritti forse deriva da questo: c’è il repertorio della distopia fantascientifica, ma si sono dimenticati l’umanesimo.
A questa sensazione mortifera si accompagna un diffuso senso di disgusto per l’umanità, rea di compiere atti orribili o di lasciare che vengano compiuti per mera ignavia, visto che in realtà basterebbe osservare i fatti (o i segni) per capire quello che ci sta succedendo. Spessissimo vediamo emergere dietro una rassegnazione quasi fatalistica un senso di morte, come nell’idea comune che è meglio morire piuttosto che farsi schiavizzare o partecipare ai piani degli Illuminati o chi per loro. Purtroppo non ho le competenze psicanalitiche, ma mi pare evidente nel primo caso una sorta di transfert, nel secondo una strategia per nobilitare le proprie pulsioni di morte.
L’impressione è che il tipo del complottista sia più o meno depresso, con una bassa autostima e un basso senso del proprio valore personale. La paranoia abbiamo detto che è a monte, in questo soggetto: è un mezzo, non il fine. Il fine credo che sia quello di scatenare questo disprezzo di sé contro gli altri, e/o ribaltare il senso della propria insignificanza ammantandolo di una causa nobile. La gratificazione psicologica consiste nell’atteggiamento di superiorità con cui ci si rivolge alla massa dei “miscredenti”, degli ottenebrati che non vogliono capire. È un meccanismo molto semplice e primitivo per attribuirsi valore e scaricare contro l’esterno le idee negative di sé. Per questa ragione lo sciachimista deve essere sempre minoranza: lo scopo non è fermare il complotto, ma brandirlo come elemento si superiorità. La denuncia è una pseudodenuncia, non perché rivolta verso fenomeni inesistenti, ma perché di fatto non si vuole uscire dalla fase della denuncia.
Per questo è completamente inutile discutere con uno sciachimista: dopo i primi tre scambi per capire se ha di fronte un convertibile o uno scettico, il suo scopo diviene proprio quello di litigare con te. Il testimone di geova ha una proposta altrettanto minoritaria ma almeno viene da te con una promessa; il complottista che si confronta con lo scettico sta già realizzando il suo obiettivo: porsi una situazione di superiorità e nobilitare le proprie pulsioni di morte.
La ragione per cui nei loro testi c’è tantissimo terrore e pochissima luce, risiede nel fatto che la via d’uscita non esiste, non è contemplata. Anche il più catastrofista dei millenaristi ha un orizzonte: quello oltremondano della vita oltre la morte, un paradiso o un inferno su cui investire la propria emotività. L’energia negativa del complottista non si dissolve in nessun orizzonte che non sia il disprezzo per la massa degli individui ciechi ai loro allarmi; il paradiso sono le discussioni infinite sul web e le violentissime aggressioni verbali di cui si rendono protagonisti.
L’oggetto principale del loro livore rimane comunque il potere, o un’immagine mostrificata del potere dipinto come disumano e onnipotente. Mi sembra coerente con quanto accennato su un senso di insignificanza personale. C’è una sorta di revanchismo populista in molti dei loro interventi, ma non sono sicuro che il complottista medio viva un’esclusione sociale reale, non credo che sia necessario. Probabilmente si tratta di un senso di esclusione e impotenza più intimo e psicologicamente determinato, in ogni modo anche in questo caso la teoria del complotto diventa la narrazione ideale per nobilitare e dare un senso a un’emozione negativa e a un sentimento di inadeguatezza. Naturalmente c’è anche un desiderio di controllo su una realtà vissuta come soverchiante e opprimente: le multinazionali, le banche i governi. Lo trovo un aspetto palese e non mi ci soffermo, perché non è decisivo per spiegare né l’aggressività dei complottisti né il loro settarismo, né l’assurdità delle loro tesi.
È però un utile sostegno a quel senso di impotenza assoluta che trapela dai loro scritti: immaginare un potere pressoché imbattibile deresponsabilizza e mantiene il movimento nella sua fase infantile (l’unica possibile); non è possibile passare all’azione finché non si risveglieranno anche le masse. Ma questo non avverrà mai.
Non è che i complottisti non mirino a fare proseliti, anzi. Ma sono convinto che a vari livelli di consapevolezza (cinica e interessata da parte dei “veritici” che scrivono libri e organizzano convegni, inconscia da parte dei follower più ingenui), desiderino rimanere minoranza. Proprio perché si tratta di una setta con un’escatologia limitata e particolare che si risolve nel porsi in un atteggiamento di superiorità contro la massa ignorante, non si può superare una certa massa critica di adesione. Certo, quasi tutti nelle discussioni si fanno scudo di un’interrogazione parlamentare sulle scie chimiche, ma si tratta della classica pezza d’appoggio per dare valore alla tesi, non di una speranza concreta di cambiare qualcosa. Mi ha colpito un commento sul facebook di Saviano, qualcosa come “schiavo del sistema, parla delle scie chimiche, piuttosto!”
Ma cosa accadrebbe se davvero un personaggio della popolarità di Saviano prendesse a cuore la causa delle scie chimiche? Intanto non lo potrebbero più insultare su internet, che è già una perdita. Ma può una teoria cospirazionista fare il salto nel “mainstream”? Penso che se Saviano impazzisse e facesse una puntata sui pericoli delle scie chimiche, solo una piccola parte dei complottisti, i più ingenui e seriamente preoccupati per la salute pubblica, ne gioirebbe. Quelli che definisco come vertici, sarebbero terrorizzati. Ma anche molti di quelli che si trovano nel mezzo si sentirebbero a disagio. In teoria gli ebrei credono che il Messia debba ancora arrivare, ma ho la sensazione che nessuno di loro si aspetti di vederlo apparire nel corso della propria vita, e probabilmente sarebbero i primi a denunciare un sedicente messia come un impostore. Ritengo che la posizione dei complottisti e degli sciachimisti in particolare sia la stessa. Quanti di loro credono veramente che la gente si solleverà contro il nemico smascherandolo e segnando un punto a favore del popolo contro Illuminati NWO ecc? Ma, come già detto, il complottismo non ha orizzonte, perché la sua ragione d’essere è nella gratificazione data da un atteggiamento psicologico di compensazione.
Gli sciachimisti in particolare sono fantastici. Rispetto ad altri complotti quello delle scie chimiche potrebbe portare a una soluzione o almeno a delle prove. Chiedere a uno guppo di sciachimisti di recuperare sperimentalmente campioni di sostanze tossiche nell’aria, è come chiedere a un aracnofobico di prendere in mano una tarantola. Si bloccano, tipo James Stewart quando deve salire le scale del campanile ne La donna che visse due volte. Inoltre, visto che loro questi aerei li vedono, perché non si organizzano per scoprire dove atterrano, chi li pilota, chi li rifornisce? Ormai sono migliaia le persone che credono nella pericolosità delle scie chimiche: ne bastano molto meno per fare qualcosa, non dovrebbe essere impossibile organizzarsi. Se sono convinti di assistere all’avvelenamento dell’atmosfera, perché non portano le loro evidenze da un magistrato? Forse perché i magistrati sono tutti debunker/rettiliani/illuminati/schiavi del sistema.
Ritengo che la forma assunta dalle teorie del complotto, la loro strutturale e labirintica assurdità risieda tutta nella necessità di mantenere intatta quella gratificazione psichica di cui ho parlato, proteggendola sia da qualsiasi verifica nel mondo reale, sia da qualsiasi orizzonte d’azione. È una forma di paralisi superstiziosa che si alimenta di continue sollecitazioni dall’esterno, rigirando in loop una serie di concetti. L’estrema assurdità delle teorie del complotto è in ultima istanza un elemento funzionale, dal momento che il complottista non cerca il confronto ma lo scontro, non desidera il riconoscimento della società, ma il conforto di un gruppo comunque minoritario di propri simili.
La narrazione complottista è caratterizzata da una serie di elementi incredibili non perché i suoi sostenitori siano stupidi, ma perché la hanno inconsciamente forgiata in modo da renderla indistruttibile, protetta dalla sua stessa mancanza di credibilità.
È facile dire che chi crede nello HAARP è così boccalone da credere anche nei rettiliani o nelle scie chimiche. C’è secondo me una ragione strutturale per cui le teorie del complotto tendono a incrociarsi, a proliferare continuamente e ad avvalorarsi reciprocamente. È la paura di esaurire il combustibile. Se una specifica teoria dovesse mai essere smentita, c’è ne sarebbero pronte altre dieci. Non ci si deve spostare mai dalla propria posizione, non è negoziabile. Allo stesso modo, il richiamo a una supposta evidenza delle prove è un’altra forma di garanzia. Gli sciachimisti sostengono che “basta guardare il cielo per capire quello che sta succedendo”. Ma quando mai? Se bastasse davvero, saremmo già tutti dalla loro parte, che è esattamente quello che non vogliono o che comunque nel profondo non si auspicano.
Credo che si potrebbe andare ancora avanti nello spiegare altre stravaganze logiche e narrative attraverso il bisogno del complottista di permanere nel proprio credo, nonché attraverso l’interesse di pochi manipolatori. Purtroppo non ho gli strumenti per psicanalizzare questo bisogno profondo, e del resto mi baso su generalizzazioni, non sul confronto col singolo (i profili: l’ho visto fare in Criminal Minds). Mi piacerebbe però capire meglio cosa anima una sottocultura pervasa da toni così lugubri ed opprimenti, in grado di germogliare una foresta di non sensi contro i quali è impossibile opporre ragionamenti o prove.
[…] che la gente abbia bisogno di credere è indubbio, che attui strategie di sopravvivenza, quello che mi colpisce è il prezzo da pagare. Più che la rinuncia alla razionalità o al pensiero critico, trovo che si tratti di una rinuncia a crescere.”